Federica Belli (Mondovì, 1998) è un’artista, fotografa e scrittrice italiana che vive e lavora a Parigi. Si avvicina alla fotografia durante gli studi e si trasferisce a Milano, dove si laurea in Economia e Management. Nel 2018 partecipa come concorrente più giovane al programma Master of Photography di Sky Arte, risultandone vincitrice. In seguito collabora con Oliviero Toscani presso il centro di ricerca creativa FABRICA. Nel 2019 si trasferisce a New York, dove lavora con il fotografo ritrattista Chris Buck e diventa contributor e photo editor di Musée Magazine. Tornata in Italia, tiene un TEDx Talk sulla fotografia contemporanea e, dopo la laurea nel 2020, si dedica a tempo pieno alla ricerca fotografica, alternando progetti personali e collaborazioni. Successivamente prosegue gli studi in Arte Contemporanea e Storia della Fotografia all’École du Louvre di Parigi, città in cui vive e lavora. Vincitrice, tra gli altri, del Master of Photography (2018) e del Premio BNL (2021), ha esposto nelle più importanti fiere internazionali, tra cui Paris Photo, Photo London, MIA Photo Fair, The Phair, LagosPhoto Festival e Fotografia Europea. Attualmente collabora con Sky come fotografa ufficiale e continua la sua attività editoriale con Musée Magazine. Il suo lavoro introduce nuove esplorazioni della percezione di sé in relazione al modo in cui ci rapportiamo agli altri, abbracciando i temi della vulnerabilità e dell’adolescenza. La sua ricerca è caratterizzata da una rappresentazione visiva dell’identità e dell’autopercezione che enfatizza presenza, vulnerabilità e riflessione. Influenzata dalla pulizia visiva del suo primo mentore Oliviero Toscani, trae spesso ispirazione dai paesaggi pastorali legati alla sua crescita nella campagna italiana. Il lavoro di Belli affronta la fotografia come dispositivo di costruzione del reale, mettendo al centro la soggettività e la dimensione intima dell’esperienza. Questa attenzione si riflette in una pratica che non si limita a rappresentare il mondo, ma lo interroga, restituendo immagini in cui il confine tra interno ed esterno, tra visibile e percepito, si fa instabile e poroso. All’interno di questa ricerca, il corpo assume un ruolo centrale: non come elemento definito, ma come superficie di passaggio e di relazione. Progressivamente, e come si può notare in Infinite Mimesis (2023), la figura umana si avvicina agli elementi naturali fino a confondersi con essi ( acqua, luce, terra) dando luogo a immagini in cui i limiti si dissolvono e le identità perdono i confini. Questa tensione tra presenza e dissolvenza si accompagna a un uso della luce e della materia che non descrive, ma trasforma. Le immagini mantengono una forte immediatezza visiva, ma allo stesso tempo aprono a una lettura più stratificata, in cui la percezione si ridefinisce continuamente.